Lo scarto semantico di un mondo rimasto improvvisamente isolato da se stesso emerge con prepotenza davanti alle pennellate minacciose di nubi che si stagliano su un incerto orizzonte degli eventi.
Questa terra felice scopre il suo volto più inquietante, l’atroce dubbio balbettato da una radio amatoriale sulle onde di un codice morse mai così anacronistico ed insieme vitale.
Si vorrebbero risposte, ma si scovano domande, e la sopravvivenza si mescola inevitabilmente alla precarietà dei giorni vissuti sotto lo scrosciare della pioggia radioattiva.
Denver, Atlanta, Philadelphia, Chicago, San Diego e tre città senza nome.
Jericho, serie televisiva ambientata nell’ immaginaria cittadina della quieta provincia statunitense, vive un sussulto di riflessi e paure invisibili alla comparsa di una minacciosa esplosione nell’indistinto orizzonte di Denver, Colorado.
La carambola generata dallo spettro atomico del fallout fa da contraltare alle umanissime relazioni di personaggi fieri del loro campanilismo cittadino.
Certo, c’è spazio per l’eroe di turno, il giovane incompreso, il matto del villaggio e l’uomo dei misteri, ma tutto persiste in una patina dalla caratura comunicativa che punta a qualcosa di più.
Restano altri 28 episodi per sapere che fine farà Jericho.
Il mondo, nel suo piccolo, è già cambiato. Oppure no?
Nella mansarda di casa mia, zona franca dove la carta dei libri si mescola con la celluloide delle pellicole, si è accampato da poco il feticcio dei tempi andati: tre poltrone di legno ripescate da una saletta dismessa.
In questo videoblog vorrei scartabellare tra le chincaglierie telecinematografiche che frullano in questo mondo di piccole e grandi storie da raccontare.
Il resto sarà la grande variabile dell’animo umano, con le sue vette incommensurabili e le sue terre di nessuno, con un angolino speciale per il mio mondo accademico.